Архив рубрики: i sonetti

Sonetto 148

Ahimè, quali occhi mi ha messo in fronte Amore
che non son consoni alla vera vista
o se lo sono, dov’è svanita la mia mente
che giudica con errore quanto essi vedon giusto?

Se è bello ciò che affascina il mio distorto sguardo
che intende dire il mondo nel dire che non è vero?
Se non è così, allora Amor denota chiaramente
che il suo occhio non è sincero come gli altri: no,

come potrebbe? Come può l’occhio d’amor esser sincero
se tanto è annebbiato dalle veglie e dalle lacrime?
Nessun stupore quindi se la mia vista sbaglia;
neppur il sole vede se il cielo non è chiaro.

O astuto Amore, tu mi acciechi con le lacrime
per tema che i miei occhi scoprano il tuo inganno.

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Sonetto 147

È come febbre l’amor mio e sempre anela
quel che più a lungo il mio mal fomenta,
nutrendosi di ciò che il dolor rinforza
per appagare solo un morboso desiderio.

La mia ragione, medico devoto del mio amore,
furente che le sue prescrizion sian trascurate,
mi ha lasciato e disperato ormai mi accorgo
che è morte il desiderio che la mente rifiutava.

Sono senza aiuto, or che ragion più non provvede
e pazzo frenetico sempre in maggior delirio;
i miei pensieri e le parole sono frutto di follia,
vanamente farneticanti lontane da realtà:

perché ti ho giurato pura e creduto bella,
nera sei come l’inferno, fosca come la notte.

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Sonetto 146

Povera anima, centro della mia peccaminosa terra
(schiava di) queste brame ardenti che ti ammantano,
perché dentro ti struggi e miseria sopporti
per decorar le tue pareti di costosa ostentazione?

Perché sì alto prezzo per un sì breve affitto,
sprechi tu pagando questa effimera dimora?
Dovranno forse i vermi, eredi di tanti eccessi,
divorar ogni ricchezza? È tale il fine del tuo corpo?

Allora anima sfrutta la rovina del tuo servo
e lascia che patisca per aumentar le tue risorse,
compera eternità divine vendendo ore di fango,
pasciti del tuo spirito, senza più sfarzo esterno,

così ti nutrirai di Morte che di uomini si nutre
e con Morte morta, si estinguerà il morire.

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Sonetto 145

Quelle labbra che Amor creò con le sue mani
bisbigliarono un suono che diceva «Io odio»
a me, che per amor suo languivo:
ma quando ella avvertì il mio penoso stato,

subito nel suo cuore scese la pietà
a rimproverar la lingua che sempre dolce
soleva esprimersi nel dar miti condanne;
e le insegnò a parlarmi in altro modo,

«Io odio» ella emendò con un finale,
che le seguì come un sereno giorno
segue la notte che, simile a un demonio,
dal cielo azzurro sprofonda nell’inferno.

Dalle parole «Io odio» ella scacciò ogni odio
e mi salvò la vita dicendomi «non te».

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Sonetto 144

Due amori io posseggo, conforto e perdizione,
che simili a due spiriti sempre mi perseguono:
l’angelo migliore è uomo superbamente bello,
lo spirito malvagio è donna di colore oscuro.

Per portarmi a dannazione, la mia funesta femmina,
tenta l’angelo migliore a staccarsi dal mio fianco
e pervertir vorrebbe quel santo mio in demonio,
insidiando la sua purezza col suo vizioso fascino.

E che l’angel mio si sia in demonio convertito
posso solo sospettarlo senza esserne sicuro;
ma entrambi da me lontani, e l’un l’altro amici,
nell’inferno dell’altra l’angelo mio suppongo.

Io non potrò mai saperlo, ma vivrò nel dubbio,
finché l’angelo cattivo non avrà scacciato il buono.

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Sonetto 143

Ascolta: qual attenta massaia per acchiappar
una delle pennute bestiole che le sfugge,
posa il suo piccolo e rapida si getta
all’inseguimento di cosa che fermar vorrebbe;

mentre il bambino trascurato che la insegue
piange per arrivare a lei che è sol protesa
a rincorrere chi le scappa innanzi al viso,
ignorando l’affanno del suo povero fanciullo:

così tu rincorri quanto da te fugge,
mentre io tuo bimbo ti inseguo da lontano;
ma se raggiungi quel che speri, torna ancor da me
e fammi un po’ da mamma, baciami, sii buona.

Io pregherò che tu possa avere quel che vuoi
se a me ritorni e calmerai il mio pianto.

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Sonetto 142

Amore è il mio peccato e odio la tua miglior virtù:
odio del mio peccato, fondato su amor colpevole.
Oh ma confronta il mio stato al tuo
e scoprirai che il mio non merita rimprovero;

o se lo merita, non da quelle labbra tue
che hanno profanato il carminio che le adorna
e al pari delle mie suggellato falso amore,
sottraendo a letti altrui i lor legittimi piaceri.

Sia mio diritto amarti, come tu ami quelli
che i tuoi occhi anelano quanto i miei ti tediano:
radica nel tuo cuor pietà, affinché crescendo,
possa la tua pietà meritare d’essere pietita.

Se cercherai di avere quanto tu or rifiuti
dal tuo stesso esempio potrà esserti negato.

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Sonetto 141

A dire il vero io non t’amo coi miei occhi
perché in te notano un’infinità di colpe;
solo il mio cuore ama quanto essi sdegnano
e a dispetto loro, è lieto del suo ardore.

Né il mio udito si delizia al tono della tua voce,
né il mio sentimento è prono a volgar lussuria,
né il gusto o l’olfoglion essere invitati
a un erotico banchetto soltanto col tuo corpo:

ma né i miei cinque spiriti o i miei cinque sensi
possono dissuadere dall’amarti un pazzo cuore
che lascia incontrollata questa parvenza d’uomo
perché schiava sia e vassalla del tuo superbo cuore:

ma io volgo a privilegio questa mia sventura
perché godo la penitenza di chi mi fa peccare.

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Sonetto 140

Sii saggia quanto sei crudele, non pressar
la mia muta pazienza col tuo continuo sdegno
affinché il dolore non mi presti verbo e dica
il perché della mia amara pena.

Se potessi insegnarti un po’ d’acume, ti converrebbe
amore, dirmi che mi ami, anche se non vero;
come a malati tremanti ormai prossimi alla fine,
vengon dette dai medici sol parole di speranza.

Perché se disperassi, senz’altro impazzirei
e nella mia follia di te potrei dir male;
questo deviato mondo è oggi così perverso
che i più pazzi maldicenti trovan sempre ascolto.

Perché io non sia creduto, né tu sia calunniata,
ferma il tuo sguardo pur se il tuo cuore è assente.

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Sonetto 139

No, non chiedermi di giustificare i torti
che la tua crudeltà al mio cuore infligge;
feriscimi a parole, ma non con i tuoi occhi;
arma la lealtà e non uccidermi d’inganno.

Dimmi che ami altri, ma quando son con te,
cuor mio, non lanciare occhiate attorno:
perché ferir d’astuzia, quando il tuo potere
vince oltre misura la mia difesa esausta?

Così potrei scusarti: il mio amore ben conosce
che i suoi seducenti sguardi mi furono fatali,
perciò ella distoglie dal mio viso i miei nemici
perché possano scagliare i loro dardi altrove:

ma no, non far così, poiché son prossimo alla fine
trafiggimi di sguardi e spegni questa angoscia.

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